12 Giu

L’infortunio secondo Antonio Viti

Essere consapevoli dell’infortunio o della malattia è il primo passo verso la guarigione

Per affrontare il tema dell’infortunio voglio mettere in evidenza il rapporto che esiste tra benessere/felicità e malessere/infelicità. Cercherò di dare una spiegazione del mio modo di vedere, visitare, valutare, curare una persona quando si trova di fronte ad una problematica inerente il mio mestiere.
Non parlerò di protocolli riabilitativi ma dei traumi e delle patologie muscolo-scheletriche, riportando il tutto all’interno dello schema del disequilibrio controllato e della proporzione che ormai conoscete.
Cosa c’è di più grave per uno sportivo di non poter svolgere la sua attività, agonistica o puramente dilettantistica, a causa di un infortunio?
Spesso all’infortunio si associa un significato di sventura, di sfortuna, si sospetta che il colpevole sia il destino che, ad un certo punto, ci gira le spalle.
La cosa giusta da dire invece è che l’infortunio è un evento spiacevole, improvviso ed inaspettato che crea una lesione temporanea o definitiva al nostro organismo, lesione che causa a sua volta una inabilità temporanea o permanente.
Nel suo significato da dizionario viene anche sottolineata l’involontarietà, ma su questo ho dei dubbi!!! Nella maggior parte dei casi l’aspetto della volontà è estremamente importante.
Non voglio dire che ci sia la “voglia” di farsi male, ma sono certo che potremmo sicuramente prevedere e prevenire buona parte degli infortuni che ci capitano.
L’infortunio può essere causato da un sovraccarico/sovrallenamento quindi uno stress esagerato dal punto di vista fisico. A mio avviso però sono di estrema rilevanza anche gli aspetti psichici ed emotivi.
Il mio lavoro mi porta, oltre che a cercare di curare, a meditare sul perché si verifichino così tanti infortuni, e mi riferisco non solo a quelli sportivi ma anche a quelli sul lavoro, casalinghi, e chi più ne ha più ne metta. La mia conclusione è stata quella di prendere in considerazione non solo l’evento chiamato “scatenante” ma la persona nella sua globalità.
Ricordate quando ho scritto “Qui ed ora”?
Bisognerebbe capire e riconoscere quali sono i nostri limiti chiedendo a noi stessi come ci sentiamo in generale, se siamo felici o se ci sono situazioni che creano un disordine nell’organismo.
Da oggi dovreste domandarvi: “Qual è la mia posizione all’interno dello schema di Antonio? Sono distante dal mio disequilibrio controllato? Ho ricevuto dei segnali che mi hanno fatto capire che c’è bisogno di fermarsi e pensare a ciò che potrebbe accadermi?”
Se una persona si sente bene, quindi oscilla tra A e B, può andare incontro ad un infortunio, ma esso sarà ammortizzato rapidamente quanto più la persona è vicina al suo disequilibrio controllato. Lo definirei un fastidio che non impedisce l’attività sportiva o le funzioni quotidiane e che si risolve in maniera spontanea o con pochi accorgimenti terapeutici.

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Al contrario, oscillare al di là di A, o di B, significa subire un infortunio serio o un trauma.
Se una persona accusa alcuni fastidi, diciamo che si trova nella fascia grigio chiaro dello schema (segnali-messaggi), quindi avverte che qualcosa non sta funzionando nel suo organismo. Può decidere, in base alle proprie condizioni, se riportarsi verso il disequilibrio controllato o rischiare andando incontro all’infortunio. È il momento in cui lo sportivo deve capire se può allenarsi o se deve riposare qualche giorno per recuperare un po’ di energie, potendo successivamente riprendere nelle migliori condizioni la propria attività, oppure ancora se deve decidere di astenersi dall’attività lavorativa ancora per qualche giorno.
Ritengo che questo sia il vero senso della parola “prevenzione”. (vedi schema 2). Fare prevenzione quando si sta bene è troppo facile!!! Quindi fondamentale è essere presenti, svegli e attivi, pronti a scegliere nel minor tempo possibile.

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Aggiungo una spiegazione forse un po’ alternativa al termine “prevenzione”: quando si usa questa parola s’intende cercare di evitare di creare una situazione spiacevole che può portare il nostro organismo verso la patologia.
Proprio per questo non si può dire di fare prevenzione quando si sta bene ovvero quando siamo vicini al disequilibrio controllato: in quella situazione possiamo solo fare il possibile per mantenere il benessere, non dobbiamo prevenire un bel niente!!!
È quando si entra nella zona grigio chiaro che ci arrivano dei segnali che ci obbligano ad intervenire facendo prevenzione.
È a questo punto che la frase: “Prevenire è meglio che curare” può avere un reale significato.
Si previene la patologia vera e propria, non si può prevenire un banale sintomo che ci avvisa e ci mette in guardia sull’eventuale danno che potrebbe verificarsi.
La frase corretta a mio avviso sarebbe: “ Il disequilibrio controllato è ancora meglio che prevenire!!!”.
Se una persona presenta un dolore cronico, che si era già manifestato e che apparentemente sembrava attenuato, o ha subito un trauma in precedenza ma torna all’attività sportiva senza aver raggiunto la guarigione completa, può andare incontro alle così dette “recidive”. Questi episodi sono quelli che procurano conseguenze molto serie all’organismo.
Sto parlando di sportivi ma faccio riferimento anche a tutte quelle persone che, dopo aver subito un infortunio, tornano a lavorare o svolgere attività pur presentando ancora disturbi da non sottovalutare (la società impone certe regole alle quali non possiamo sottrarci).
Questi soggetti nel nostro schema stanno oscillando oltre A o B, entrano ed escono dallo schema troppo spesso senza avvicinarsi al disequilibrio controllato. (vedi schema 3)
Vivono questa situazione in alcuni casi da molti anni e non sono mai riusciti ad entrare nel range per un periodo abbastanza lungo (ricordate quando vi ho raccontato di quella signora che venne nel mio studio dicendomi che stava male da 20 anni?).
Può essere lo sportivo che ogni giorno ha un problema fisico o chiunque viva uno stato di malessere da molto tempo: si sono convinti che ormai devono convivere col dolore!!!
È come se ogni giorno si procurassero delle ricadute senza mai guarire.

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L’infortunio non è sempre una cosa negativa: alcune persone “sfruttano” questo evento per raggiungere una maggiore maturazione che si rivelerà utile in ogni circostanza della vita.
Quanti campioni dello sport sono diventati numero uno al mondo, vinto ciò che si erano prefissati, un trofeo che sognavano da bambini, nonostante abbiano subito infortuni più o meno seri?
Dopo l’infortunio hanno avuto la forza di rialzarsi e tornare più forti di prima.
Quando il campione non riconosce i propri limiti e si ostina a fare cose ormai impossibili per il proprio fisico ottiene solo risultati negativi visibili a tutti, rincorrendo “qualcosa” che ormai è diventato irraggiungibile per ragioni naturali, subendo la perdita dell’autostima e vivendo di ricordi con un presente misero ed un futuro peggiore.
Per quanto concerne il recupero da un infortunio possiamo fare il solito ragionamento.
Quando una persona arriva presso il mio ambulatorio devo innanzitutto considerare che si trova oltre il suo range fisiologico (mi sembra oramai chiara questa cosa) ed il programma di recupero deve iniziare il prima possibile.
Il paziente però non è “un infortunato” e basta, anzi, è soprattutto una persona e quindi devono essere presi in considerazione anche altri aspetti importanti tra i quali quello psichico ed emotivo.
Il mio scopo non è quello di guarirlo ma quello di riportarlo all’interno delle linee A e B, dopodiché guarirà facilmente da solo.
Quindi nella mia esperienza, col tempo, mi sono reso conto che prima riesco a riportare la persona nel proprio range prima avviene il processo di “autoguarigione”.
Voglio dire che devo motivare il paziente, spiegargli tutto il programma terapeutico, fissare insieme a lui degli obiettivi (che naturalmente devono essere facilmente raggiungibili per fargli aumentare la fiducia in se stesso e nei miei confronti), sottolineare ogni volta gli eventuali miglioramenti ed incoraggiarlo giorno dopo giorno.
La collaborazione e la voglia di guarire naturalmente sono fondamentali e fanno la differenza.
Posso sostenere questa tesi perché in 15 anni di esperienza ho visto migliorare le tecniche chirurgiche e conservative nell’approccio ad un infortunio, i tempi di recupero si sono di conseguenza accorciati, ma da una persona all’altra, spesso e volentieri (pur dovendo rispettare obbligatoriamente i tempi biologici di guarigione dei tessuti), ci sono risultati diversi ed eclatanti dovuti proprio all’aspetto motivazionale.
Infatti ognuno deve avere il proprio programma terapeutico e non un protocollo, come vorrebbero insegnarci nelle università. Il programma deve essere modificato strada facendo, ad ogni cambiamento, in virtù dello stato di salute.
Con un po’ d’ironia considero il mio lavoro simile a quello di un sarto: devo fare un recupero “su misura” e “personalizzarlo” ogni volta.
Io e il paziente, se vogliamo ottenere il massimo dei risultati, dobbiamo stare sulla stessa frequenza e questa sintonizzazione deve avvenire nel minor tempo possibile.
La cosa difficile e faticosa, allo stesso tempo fantastica, è che i pazienti viaggiano su frequenze diverse e sono io a dovermi sintonizzare rapidamente.
Non esistono patologie uguali per tutti!!!
Quindi ricapitolando è fondamentale avere un approccio olistico ed entrare in empatia con il paziente.
Una volta rientrato nel range però non vuol dire che il paziente sia guarito. Dovrà ritrovare il suo disequilibrio controllato e, a seconda della patologia, potrebbero passare anche dei mesi prima che la completa guarigione avvenga. A questo punto però avrà tutte le carte in regola per raggiungere il proprio obiettivo finale che è la ripresa dell’attività sportiva o di altro genere.
(I° obiettivo –> recupero disequilibrio controllato)
(II° obiettivo –> ripresa attività)
Un’altra soluzione, che qualcuno di voi avrà sicuramente contemplato, potrebbe essere quella di aumentare lo spazio tra A e B cosicché l’oscillazione non sia più patologica. Questa è una cosa impossibile perché il range di ciascuno è sempre il solito per tutto l’arco della vita e non si può modificare.

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Il segreto è: rimanere il più vicino possibile al disequilibrio controllato.
Fino ad ora ho fatto riferimento ad infortuni che sono all’ordine del giorno nel paziente sportivo.
Alcuni infortuni accadono anche a sportivi molto vicini al loro disequilibrio controllato e in questo caso sono dovuti spesso alla frustrazione dell’essere umano che approfitta dello sport per fare male a qualcuno. Mi riferisco a quegli scontri violenti che potrebbero essere assolutamente evitati e che andrebbero puniti in maniera esemplare.
In questo frangente la nostra oscillazione schizza al di là di A e B in un secondo.

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A conferma di quello che sostengo ho trovato uno studio interessantissimo che mette in evidenza incidenza e modelli di infortuni nel calcio professionistico (vedi pagina 78).
Le conclusioni sono interessanti, però mi piace dare un’altra visione rispetto a quella che è stata fornita dall’UEFA.
Mi soffermo sul secondo punto analizzato: possiamo osservare che gli infortuni sono maggiori durante le gare rispetto agli allenamenti.
Vi sono due aspetti fondamentali: il primo è che la competizione con gli avversari ti pone di fronte a maggiori cambiamenti, situazioni che dipendono dagli altri, le variabili quindi aumentano e le scelte e gli adattamenti devono essere più rapidi.
Il secondo che la gara agonistica modifica l’aspetto psicoemotivo e l’aumento di oscillazione rischia di eccedere cosicché un trauma, una corsa esagerata, un cambio di direzione, possono essere causa dell’infortunio.
Alla base ci deve essere sempre uno stato di benessere iniziale, fisico, psichico ed emotivo.
Non basta solo allenarsi, è necessario anche essere concentrati e sereni circa la prestazione da affrontare.
Anche il quinto punto preso in considerazione è fondamentale.
Molte sono le ricadute, e come già sottolineato, questo tipo di infortuni nasce dalla mancanza di conoscenza del proprio stato di benessere.
Oggi esistono dati oggettivi come, ad esempio, indagini strumentali per verificare le condizioni dei giocatori (ecografia, RMN, TAC), ma tutto questo non basta ad evitare che lo sportivo riporti di nuovo il solito infortunio.
È il giocatore che deve conoscere con esattezza il proprio stato di benessere e decidere se è in grado di ritornare all’attività.
Il settimo punto invece è estremamente “simpatico” perché mi dà la possibilità di farvi prendere atto di un particolare all’interno dello schema.
Si possono distinguere due tipi di infortunio: lesioni traumatiche o muscolari o lesioni da “overuse” o da stress.
Considerando che al di la’ del range c’è la patologia, posso affermare che le prime sono quelle che si manifestano oltre la linea A, le seconde oltre B.

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Concludo questo capitolo sottolineando il fatto che, passando molto tempo con “l’infortunato” e parlando con lui di molte cose, riscontro sempre qualcosa di rilevante nella sua storia extra sportiva che, a mio avviso, potrebbe già allontanarlo in partenza dal disequilibrio controllato. Di conseguenza un trauma apparentemente innocuo può rivelarsi più serio di quanto potrebbe essere in realtà.
Prima di considerare un professionista devo pensare che di fronte a me ho un essere umano, con i suoi punti di forza ma soprattutto con le proprie criticità.

Biznes

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