19 Lug

Come affrontiamo la malattia è già la cura (seconda parte)

Cambiare prospettiva può cambiare la realtà

Come può aiutarci questo cambiare prospettiva nell’affrontare l’evento malattia? E soprattutto lo stato di malessere o malattia da cosa ha origine? Bisognerebbe arrivare a pensare che non sia possibile separare la malattia dal corpo umano in cui si è generata perché sono parte naturale dello stesso organismo. La malattia non è dell’organo in cui si manifesta, altrimenti sarebbe sempre sufficiente togliere l’organo malato per raggiungere la completa guarigione… esso è solo il luogo specifico di quel determinato organismo in cui in quel momento si esprime il sintomo.
Non possiamo pensare che quello stesso organo posizionato all’interno di un diverso corpo soggetto alle medesime o ad altre condizioni si sarebbe comunque ammalato. È possibile che anche affrontare una situazione difficile in maniera sbagliata possa dare origine alla malattia? Così come anche il processo di guarigione non potrebbe essere scatenato da un modo diverso di affrontare una malattia? Invece di “aggredire” uno stato patologico perché non provare ad affrontarlo, cercando di capire che è solo una possibilità del nostro organismo di reagire ad una situazione, una richiesta di ascolto? E questa capacità potrebbe dipendere, secondo voi, dall’aver raggiunto un certo livello di evoluzione personale che ci permetta quantomeno di affrontare l’evento con una diversa consapevolezza e da un diverso punto di vista? Capire l’origine dello stato patologico, la causa scatenante, non sempre fisica, del nostro problema: come possiamo sapere quale sia la strategia migliore per poterlo superare?
A mio modo di pensare, il primo passo per poterci avvicinare al trattamento della causa principale e per poter far rientrare il paziente all’interno del suo range di “quasi benessere”, in modo tale che sia poi più facilmente disposto ad affrontare la cura, è quello di silenziare il sintomo, agire sul dolore o sulla sensazione di sofferenza evidente per poi creare un percorso comune tra paziente e terapeuta in direzione della guarigione.
È necessario partire da ciò che la persona è oggi per poter poi ricercare una causa nel passato, causa che non sarà però più modificabile perché nel frattempo molte saranno state le variazioni intervenute sull’organismo e sullo stato d’animo del paziente. Potrò però agire in modo tale da portare il paziente alla consapevolezza della causa scatenante per farlo rientrare all’interno del suo schema di benessere.
La condizione di essere affetto da una patologia grave o ingravescente mette le persone di fronte a tali e tanti cambiamenti e paure che la prima cosa che accade solitamente è quella di concentrare tutta l’attenzione su se stessi, sul proprio corpo, sulle sue reazioni, sulle modifiche che intervengono, sulla brevità del tempo e sul dolore, cosa che, salvo in particolari casi di evidente egoismo o narcisismo ipertrofico, non avviene quasi mai in chi è “affetto” da salute! Sembra quindi assumere grande importanza l’esperienza di essere malato nella propria auto immagine, autostima e auto-percezione che subiscono davvero una forte pressione, limitando le risorse interne disponibili dell’individuo, quella forza interiore di cui abbiamo parlato nei capitoli precedenti e che costituisce fondamento della proporzione.
Ogni situazione negativa, la malattia all’estremo, ma in realtà qualsiasi occasione di disagio, confusione, dolore coinvolge fortemente l’autostima delle persone e il rapporto che esiste tra “Io ideale” (l’immagine idealizzata di quel che vorremmo essere) e “ideale dell’Io” (quello che sappiamo che gli altri si aspettano da noi o si sono immaginati per noi) dove quest’ultimo può essere disconfermante o allontanarsi davvero molto dalle possibilità oggettive di cui l’Io reale dispone a seguito delle limitazioni dovute alla malattia o alla situazione vissuta.
È quindi davvero più facilitato ed ha molte più possibilità di reagire in maniera positiva e propositiva colui che abbia già alla base un livello di autostima abbastanza elevato, una forza interiore riconosciuta e strutturata che lo possa sostenere nella ricostruzione della propria identità personale integrando il danno derivato dalla malattia o dai cambiamenti subiti in una nuova immagine di sé. È evidente che una persona malata solitamente è in una condizione in cui la percezione del controllo di sé e del proprio corpo, così come la percezione del mondo che lo circonda, della vita stessa in realtà, è fondamentalmente negativa: è proprio in questi momenti che l’individuo è chiaramente collocato al di là del range di benessere e quindi ben oltre le linee A e B che abbiamo imparato a conoscere, si trova in balia di un corpo che sembra non volergli più corrispondere, di un organismo in cui improvvisamente non si riconosce, supera il proprio limite soggettivo e si allontana sempre più dal personale spazio di disequilibrio controllato.
Molti studi e ricerche volti a valutare il ruolo dei fattori emozionali sul decorso di una malattia sono stati portati avanti negli ultimi cinquant’anni, l’obiettivo è stato soprattutto quello di individuare quali meccanismi di reazione psicologica abbiano maggior influenza su un possibile esito di guarigione. Nel corso del mio lavoro ho individuato in particolare uno studio del 1979 (da quanti anni si parla già di questi argomenti e che numero minimo di persone lo sa… Pensate che io nel 1979 ero appena nato!) che ben si può far aderire alla mia teoria e che individua 5 modi diversi di reagire alla malattia o comunque ad un evento negativo, tutti in qualche modo eccessivi e quindi collocabili già all’esterno dello schema del disequilibrio controllato, oltre A o oltre B.
Voglio provare a condividerli con voi per darvi ulteriori strumenti di comprensione.
Stili di reazione individuati dal Dottor Greer:
1)Spirito combattivo. Collocabile oltre A perché caratterizzato da atteggiamento eccessivo e oltremodo combattivo nei confronti della malattia. Esprime una forte volontà che di per sé non è negativa, ma non è sufficiente (come abbiamo visto nella nostra proporzione).
2)Negazione o evitamento. Collocabile oltre A in quanto atteggiamento eccessivo. Indifferenza verso la malattia con tendenza a minimizzarla e a fingere che nulla sia accaduto.
3)Fatalismo. Collocabile oltre B perché comportamento passivo nei confronti della possibilità di reagire alla malattia. Accettazione rassegnata della malattia, atteggiamento stoico, nessun desiderio di combatterla.
4)Preoccupazione ansiosa. Oltre A . Caratterizzata da forte ansia, non accettazione della malattia o dell’evento, costante timore nei confronti della possibile evoluzione.
5)Disperazione. Collocabile oltre B. Accettazione della malattia con sensazione di sconfitta irrimediabile, depressione con idee profonde di morte.
Questi studi hanno evidenziato che persone con una modalità più attiva e positiva di affrontare una diagnosi o una situazione negativa, persone in grado di immaginarsi guarite o di pensare ai problemi come risolvibili o addirittura già potenzialmente risolti, hanno un miglior decorso della malattia o arrivano più spesso alla risoluzione del loro problema. Questa analisi preventiva può servire al terapeuta per capire dove collocare il paziente all’interno dello schema e per decidere come affrontare insieme il processo di guarigione condividendo lo stesso codice comunicativo e gli stessi obiettivi.
Volendo infatti prendere spunto dalla nostra attitudine nei confronti della compensazione fra gli opposti, non può esistere terapeuta senza paziente.
Come spesso accade, io terapeuta divento a mia volta paziente di qualche collega, potendo così immedesimarmi molto più facilmente nel ruolo e nell’emozione, per quanto molto individuale, dell’essere assoggettato alla competenza, alla capacità empatica, alle caratteristiche individuali di forza interiore, alla “volontà di risonanza” dell’altro con me.
Cos’è dunque il “principio di risonanza” a cui mi preme far riferimento? Prendete ad esempio un diapason, quel piccolo oggetto di metallo che serve ai musicisti per accordare gli strumenti sul LA: la sua forma e il materiale di cui è fatto gli permettono di conservare ed emettere una vibrazione che corrisponde alla nota LA nella sua definizione più perfetta, vibrazione che noi percepiamo semplicemente come un ronzio. Se con il diapason in vibrazione toccassimo un oggetto qualsiasi non otterremmo nessun risultato, ma se toccassimo un altro diapason al momento immobile anche questo inizierebbe a vibrare di conseguenza propagando lo stimolo e il suono.
Noi sentiamo lo stimolo sonoro per risonanza, il nostro orecchio riceve le vibrazioni e le trasmette al cervello sotto forma di impulsi, ma può farlo solo per quelle vibrazioni che rientrano nel nostro campo di risonanza uditiva. Lo stesso, che ci crediate o meno, accade in qualche modo anche per il tatto, il gusto, l’olfatto e la vista.
Vi dirò di più, il nostro modo di pensare crea risonanza, il nostro modo di agire crea risonanza, quello in cui crediamo interviene su ciò che siamo e crea risonanza: questo è primariamente il motivo per cui terapeuta e paziente devono sapere risuonare sulla stessa frequenza e focalizzare l’obiettivo comune come realmente possibile da realizzare.
Devo potermi figurare un paziente guarito per poter facilitare la sua guarigione ed il paziente deve credere fortemente di poter guarire per poter ottenere il risultato, non importa come, non importa in quanto tempo, importa solo il fatto di credere che si possa fare.
Banalmente capita fin troppo spesso che questo sia il limite della medicina tradizionale a volte vengono scartate delle terapie perché non hanno avuto efficacia. Secondo me non sempre il problema risiede nella terapia in sé piuttosto nella “risonanza” tra terapia e paziente, nella modalità di reagire del paziente a quella specifica terapia in quel preciso momento della sua vita.
Non si sa mai in anticipo quali siano i limiti di una teoria… solo l’esperienza lo può dire!
Questo è il motivo per cui vi chiedo di provare, provare a sentire, provare a credere, sperimentare su di voi tutto quello che io per primo ho sentito e ho provato. Vi chiedo di fare questo prima di dirmi che la mia è solo filosofia, che io la faccio facile! Createvi l’esperienza, provate a verificare su di voi, per voi, per qualcuno che avete vicino e che voglia affidarsi.
“Un vero viaggio non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi.” (Marcel Proust)

Biznes

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